sabato 22 giugno 2013

La beffa - Bianca come il latte, rossa come il sangue

Questa volta, pur avendo letto la storia, non farò una recensione. Mi limito ad esporre un romanzo figlio dall'ottima salute di una vicenda vera per cui l'autore non ha neanche accennato un grazie. Ormai non mi colpisce più nulla riguardo il genere umano avido e senza scrupoli, ma ammetto che una parte del mio animo ci sia rimasta male comunque.

Titolo: Bianca come il latte, rossa come il sangue
Autore: Alessandro D'Avenia
Editore: Mondadori
Anno di pubblicazione: 2010
Genere: Romanzo
Pagine: 254
Prezzo: € 13,00
Leo è un sedicenne come tanti: ama le chiacchiere con gli amici, il calcetto, le scorribande in motorino e vive in perfetta simbiosi con il suo iPod. Le ore passate a scuola sono uno strazio, i professori "una specie protetta che speri si estingua definitivamente". Così, quando arriva un nuovo supplente di storia e filosofia, lui si prepara ad accoglierlo con cinismo e palline inzuppate di saliva. Ma questo giovane insegnante è diverso: una luce gli brilla negli occhi quando spiega, quando sprona gli studenti a vivere intensamente, a cercare il proprio sogno. Leo sente in sé la forza di un leone, ma c'è un nemico che lo atterrisce: il bianco. Il bianco è l'assenza, tutto ciò che nella sua vita riguarda la privazione e la perdita è bianco. Il rosso invece è il colore dell'amore, della passione, del sangue; rosso è il colore dei capelli di Beatrice. Perché un sogno Leo ce l'ha e si chiama Beatrice, anche se lei ancora non lo sa. Leo ha anche una realtà, più vicina, e, come tutte le presenze vicine, più difficile da vedere: Silvia è la sua realtà affidabile e serena. Quando scopre che Beatrice è ammalata e che la malattia ha a che fare con quel bianco che tanto lo spaventa, Leo dovrà scavare a fondo dentro di sé, sanguinare e rinascere, per capire che i sogni non possono morire e trovare il coraggio di credere in qualcosa di più grande.
«Quel libro tradisce mia figlia»
Parla la mamma della ragazza, uccisa da un tumore, che ha ispirato D'Avenia.
Per gli altri è un caso editoriale. Per lei il dolore di una storia personale «tradita». Sua figlia, Irene, è morta a 15 anni di tumore. Alessandro D'Avenia, ispirandosi alla sua vicenda, ha scritto Bianca come il latte, rossa come il sangue (Mondadori). «Senza consultare né me, né i compagni di classe di Irene che si erano confidati con lui nei giorni in cui temporaneamente era il loro insegnante al liceo Dante di Roma», spiega Francesca Bartolucci, la madre. Lei non vuole entrare in polemica con l'autore («Mi ha scritto "abbi pietà di me" e, nonostante lo avessi cercato più volte, non mi ha incontrata»). Ma vuole difendere «la memoria di Irene e la sua storia: anche le vite brevi possono avere un grande senso». Eccola. «Irene è arrivata che ero ancora al liceo. L'ho voluta tenere contro tutti. Contro suo padre. Contro il mio. Ed è stato bellissimo. Siamo cresciute insieme. Ho fatto la maturità con lei. All'università portavo i libri nella carrozzina. Ho dato l'esame della patente con lei. E insieme siamo venute via da Ferrara e arrivate a Roma, dove ho iniziato a lavorare con l'uomo che sarebbe diventato mio marito». Francesca sorride e allunga gli occhi. È uno sguardo innamorato. Non disperato. Spiazza. Lei intuisce e spiega perché: «Irene era strafelice della vita. Una ragazzina solare. Senza preclusioni per nessuno. Senza sospetti. Piena d'amore. Guardandola pensavo: ci sono bimbe con storie lineari piene di ansie. Lei non aveva paura di niente. Tantissime amiche. Felicissima di avere avuto un altro fratello. La sorellina era stata la gioia più grande. Poi il piccolino». «Era anche molto carina. Con quei capelli rossi, lunghi. Il sorriso che l'accendeva. Avevo mantenuto il rapporto madre-figlia. Ma eravamo anche amiche. Ascoltavamo la stessa musica. E alle compagne con un problema diceva: dillo a mia madre, lei ti capisce». L'ha capita, Francesca. Quella figlia «che apriva a tutti le porte, anche quella del dolore». «All'inizio lei pensava fosse un'influenza. Ma il mal di testa non passava. Con la risonanza magnetica la diagnosi: un tumore al cervello e quattro mesi di vita. Me l'hanno detto lì. Di colpo. È come avere una palla di cristallo che ti si rompe tra le mani. Senti che la tua vita, non è più tua. Irene era fuori. Per proteggerla le ho detto: "Non è nulla"». Ma Irene no. Non l'ha tenuto per sé. Da subito, l'ha vissuto alla sua maniera. Francesca si illumina d'orgoglio: «Una forza d'animo eccezionale. Dopo la prima operazione, 10 giorni dopo la diagnosi, ha capito. Era in parte paralizzata. Ma ha creato un circuito con tutti gli amici. Non l'hanno lasciata mai sola. In rianimazione le facevano le guardie. Nell'hospice di Antea, gli ultimi giorni, le andavano a suonare "Piccola stella senza cielo" di Ligabue. Ancora fanno da baby-sitter ai suoi fratellini. Irene parlava con loro. Piangeva anche. (Con me non l'ha mai fatto). Condividevano tutto. E dopo l'intervento ha ripreso a camminare. A scrivere. È tornata a scuola e il preside le ha fatto ridipingere l'aula tutta colorata. Lei nello studio non era un granché, ma amava l'arte, i quadri, il teatro. Per questo poi la scuola, insieme al Festival di Ravello, le ha intitolato un premio teatrale. Era curiosa. Creativa. Piena di vita». Torna a sorridere, Francesca. Non pronuncia mai la parola morte. Né la parola fine. Ma vita sì. «Me lo ha insegnato lei. Irene sapeva dare senso alla vita. È come se hai una telecamera fissa su un albero. Poi allarghi il campo e scopri tutta la vita del bosco che c'è attorno. Lei era così. Dava importanza a tutto. E facevamo di tutto». Di tutto? «Ma sì. Anche cose pazze. Persino affittare una macchina blu con l'autista per portarla in via Condotti per negozi, quando aveva detto: "Li rivedrò mai?". O portarla a mangiare pasta alle vongole in riva al mare. O mandare a quel paese a squarciagola l'autobus che la portava a scuola». Ma era un senso profondo quello che Irene aveva dato agli ultimi, pazzi, giorni. È questo il punto più delicato per Francesca. Quello più «mistificato» dal romanzo: «Non era un quadretto alla Tre metri sopra il cielo. Le domande importanti questi ragazzi le facevano. Irene, alle amiche, chiedeva: "Perché è capitato a me?". E da me venivano per chiedere: "Ma Dio esiste davvero?". Insieme abbiamo trovato le risposte. Abbiamo anche tanto pregato insieme. Ma la visione semplicistica del libro è distorta. Per tutti è stato un percorso di crescita. Non un insieme di paradigmi morali e frasi fatte». E mentre si affanna per spiegarlo, per la prima volta, gli occhi di Francesca si riempiono di lacrime.

Questo è ciò che ci ha confidato un'amica in un gruppo privato con la promessa di spargere la voce. [...] Lei si chiama Alessandra Rivalta e la sua migliore amica (la ragazza che D'Avenia ha fatto diventare Beatrice) si chiamava, anzi si chiama, perché non voglio parlare al passato, Irene Ravera. Il liceo in cui D'Avenia ha fatto supplenza è il Dante Alighieri di Roma.
Nel 2004 una ragazza si ammalò di tumore al cervello. Questa ragazza si chiamava Nene, era la mia migliore amica. La persona che amavo di più al mondo. È morta in 6 mesi, consumata dal suo male. Per sei mesi ho messo in pausa la mia vita per farle da infermiera, stare con lei in tutti i momenti. Io e i suoi amici più cari formammo un gruppo di sostegno e, dietro richiesta dei genitori, tenemmo il segreto sulla malattia: aveva sei metastasi al cervello, prognosi di 4 massimo 6 mesi di vita. Andavamo da lei tutti i giorni, le cantavamo con la chitarra, e leggevamo i nostri libri preferiti, facevamo programmi per il futuro che sapevamo non si sarebbero mai avverati. In pratica, cercammo di darle i sei mesi più belli che potesse avere. Quando è morta, ovviamente abbiamo dovuto avere anche noi sostegno, eravamo distrutti, chi più chi meno. Io ero finita. Io sono Silvia. Nene è Beatrice. Infatti, pochi mesi dopo la sua morte, nella sua classe di liceo andò a fare supplenza come professore di filosofia D'Avenia. Spacciandosi per amico dei ragazzi, confessore, cercando di "aiutarli a dare un senso alla loro sofferenza" ascoltò i racconti di tutti noi. Si fece raccontare tutto, nei dettagli. Alcuni anni dopo uscì il libro, e ti assicuro che ci siamo sentiti tutti traditi! Non ha chiesto permesso a nessuno, non ha messo ringraziamenti o note, non ha detto che la sua storia era tratta da una storia vera. La storia che è parte della mia vita. Che mi ha distrutto e ricostruito e reso quello che sono, ha preso la sofferenza di un gruppo di ragazzi di 15 anni e ne ha fatto soldi. Non solo, ma lo ha fatto rendendo il libro banale e stereotipico, senza dare alla vicenda la profondità e il dolore immenso che abbiamo provato. Confrontato, quest'uomo ha detto che non è vero che ha preso spunto da noi, ma noi sappiamo la verità. Odio quest'uomo quanto si può odiare qualcuno, e se NESSUNO leggesse più il suo libro sarei solamente contenta.

Fonti:
http://archiviostorico.corriere.it/2010/febbraio/10/Quel_libro_tradisce_mia_figlia_co_9_100210033.shtml
http://salacomunecorvonero.blogspot.it/2013/04/quel-libro-tradisce-mia-figlia.html

6 commenti:

  1. non ho letto il libro né visto il film, ma quello che scrivi, la mancanza di un ringraziamento per le fonti, mi ha lasciata di stucco... che pochezza umana :( invece, recentemente, mi ha davvero colpita il gesto di Donato Carrisi che, alla fine del suo romanzo, L'Ipotesi del Male, ha scritto che tutti i diritti della traduzione in greco andranno ad un'associazione che si occupa di dare i pasti ai poveri... dice che senza la lingua greca la parola "ipotesi" non sarebbe esistita e quindi nemmeno il suo libro.... lì ho capito che oltre che un grande scrittore è anche una gran persona e questo è importante.... buona giornata e buon w.e. :)

    RispondiElimina
  2. Ho letto il libro, mi era sembrato anche carino, ma scoprire queste cose mi ha lasciata esterrefatta... tanti scrittori riportano per iscritto all'inizio del libro che è tratto da una storia vera, ringraziano chi gliel'ha raccontata e via dicendo... perchè non l'ha fatto? questo davvero non lo capisco, mi sembra un gesto così ovvio, umano, perchè l'ha totalmente ignorato? sono senza parole...
    un abbraccio

    RispondiElimina
  3. Ho letto il libro, banale e superficiale.. Tralaltro scritto male, cosa che da un professore non ci si aspetta.. E già mi stava antipatico, figuriamoci ora!!
    Queste testimonianze sono davvero toccanti, d'Avenia si dovrebbe solo che vergognare!!

    Grazie per aver condiviso :)
    Lo condivido su Facebook, spero non ti dispiaccia! :)

    RispondiElimina
  4. Sono rimasta senza parole. Non so davvero cosa pensare.
    Ho letto il libro anni fa e l'ho trovato carino, adatto a un giovane pubblico. Non mi sento di giudicare D'Avenia con facilità, anche perché recentemente ho letto un altro suo romanzo che mi ha dato molto. Inoltre l'articolo farebbe pensare che la storia sia concentrata su Beatrice (uso il nome della ragazza nel libro) piuttosto che sul protagonista, Leo. Sono punti di vista diversi e non saprei dire se la memoria di questa ragazza possa essere stata davvero ferita. Immagino, invece, che ci siano delle possibilità legali... d'altra parte si parla di diritto all'immagine e all'identità di una persona.
    Tuttavia sono d'accordo con Ellie. Se la storia di un romanzo è ispirata alla realtà, questa dovrebbe essere indicata. Mi lascia perplessa anche solo l'idea che non sia stato fatto.

    RispondiElimina
  5. Ho letto il libro che non è poi nemmeno una gran roba. (Con tutto il rispetto per Irene, per la sua famiglia e per la malattia. Io mi riferisco a come è scritto.) E poi avevo capito tutt'altro, che Beatrice era la figlia di D'avenia e non una ragazzina della sua classe. Avevo frainteso o letto male.

    RispondiElimina
  6. Ciao Lumi, ho letto tutto il tuo post, e mi lascia un po' sgomenta. Ho fatto delle ricerche internet per trovare qualche intervista, ho trovato un articolo che riporta delle informazioni simili alle tue e a quelle delle fonti che citi, e una sola intervista all'autore in cui gli viene chiesto proprio di chiarire la questione di queste polemiche. Da parte sua sembra che si sia ingigantito un po' il caso, ti lascio il link, la cosa è citata solo nelle ultime 10 righe. Chissà come è andata veramente la cosa.
    http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2010/03/05/avenia-il-colore-del-successo.html

    Buona giornata!
    xoxo Connor

    RispondiElimina